La Pittura Alimento Dell'Anima

di  - 2015

Sulla rotta delle emozioni

"Navigo in un mare in tempesta ogni volta che dipingo.
La terraferma la incontro appena mi allontano dal cavalletto."

Jean Fautrier

Acceso dai consueti, febbrili ardori, ogni volta che decide di accondiscendere la propria, inesauribile urgenza di pittura, Alfonso Borghi mostra nella sua stagione creativa più recente inattese suggestioni letterarie (Campana, Dickinson, Sanesi), densità cromatiche – le diresti – colme di inediti umori, esito ultimo, queste, di una ricerca che apprezzi al solito indomita e sempre esasperata in quei territori espressivi costellati da riflessi sentimentali vibranti e, nondimeno, mutevoli.

Resiste e si rafforza, al fondo di una volontà espressiva ora razionale, ora istintiva, l’essenza stessa del dipingere senza realistici riferimenti, ammesso che concretizzare sulla tela uno stato animo particolare, la naturale alternanza di idilli e trepidazioni, non sia anche questo un modo di manifestare una personale realtà. Interiore, evidentemente.

L’estro fecondo di Borghi appare continuamente sollecitato da voci cavernose che echeggiano nella profondità della sua anima. Raccontano di notti insonni, albe catartiche, lunghe ore sottratte al dominio monotono del giorno per costituire il lievito di una pittura sempre sorprendente nelle proprie fascinose trame e, particolarmente, in certi incagli meditati e impavidamente esibiti come prova di un magnetismo occulto insito nella stessa seducente consistenza della formula materia/colore.

Risiedono lì, in quell’aura sferzante che solo i più sensibili riescono ad avvertire – giacché essa è confinata in un labirinto arcano, invisibile in superficie –, i richiami maggiori che hanno scandito la partecipazione e l’impegno di Borghi in rapporto a questo suo cospicuo ciclo pittorico portato con tenacia a compimento. Vi collimano limpidi, fra l’altro, aneliti straordinariamente vitali, intuizioni fulminee, un inalterato contributo emozionale che insiste laddove rigogliosi volumi difformi accendono curiose percezioni mentali.

Altro spessore, allora, assumono questi dipinti, ove l’incedere virtuoso di Borghi, condotto attraverso i tradizionali ausili tecnici, è tutto racchiuso in variegate ondulazioni di sapore esistenziale nelle quali, neanche tanto evanescente, è dato di cogliere il senso, gli affanni, finanche gli sporadici entusiasmi, della vita di ognuno. Sedimentazioni opulenti, dunque, da intendersi come scrigni, entro i quali si alternano memorie, sogni, fugaci incantamenti.

Il fascino adamantino dell’opera di Borghi risiede, intatto, nel suo delizioso mistero, in quel garbato metodo di suscitare interrogativi estesi a una dimensione non più individuale, nella forma, certo subliminale dal punto di vista visivo, di sovrapposizioni materiche e coloristiche che esprimono spunti narrativi in abbondanza. Tanto che limitarsi alla riduttiva etichetta di pittura informale, equivalente a un giudizio critico superficiale e sommario, è certo far torto a un artefice ispirato qual è Borghi, fra i pochi capaci di travalicare le stucchevoli omologazioni tipiche dello scenario artistico contemporaneo.

Quanto caratterizza la nitida identità del suo lavoro appartiene, infatti, a uno stile rigorosissimo, incline soltanto a solitarie esplorazioni. Ha così tanto da indagare e cercare dentro se stesso, Borghi, che ciò che lo circonda può interessarlo giusto nella misura in cui questo arricchisca o depauperi il proprio universo interiore: scorie che vanno a sommarsi, come polvere del tempo, a cicatrici rimaste nel cuore indelebili.

Stupisco, oggi come ieri e sempre, di simili grovigli che garantiscono alla pittura anche una dimensione fisica, ne ricerco desideroso l’incontro; ogni volta provo a spingermi oltre l’epidermide affascinante di dipinti che racchiudono, di Borghi, la grandezza dell’uomo e del pittore.

Venezia, settembre 2015.