Suite Modena

di  - 2013

Introduzione al catalogo Suite Modena

Quattordici tele di Alfonso Borghi per quattordici versi di Arthur Rimbaud. Una partitura pittorica per un sonetto, Voyelles, che ha scardinato la poesia dell’Ottocento e ha spalancato le porte a un immaginario della modernità che ancora oggi - in un’epoca nemmeno più di postmodernità perché siamo ben oltre anche rispetto a questa - produce potenti energie visionarie in un artista che sente l’urgenza di affondare le mani, gli occhi e la mente nella materia della pittura. Scritta nel 1871 da un Rimbaud appena diciassettenne è una poesia oscura, un testo che non descrive nè tanto meno dichiara immediatamente stati d’animo come il romanticismo ci aveva abituato. Nella sua struttura semplice e tradizionale - un sonetto di 14 versi raggruppati in 2 quartine e 2 terzine, in cui ogni vocale con il suo suono e la sua forma è associata a un colore (A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles / A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali) – è un testo enigmatico oscura, quasi impossibile da parafrasare, da “girare” in prosa come può succedere con qualsiasi altro componimento lirico. È una poesia forse ancora intraducibile, perché le parole che Rimbaud usa producono un suono unico e irripetibile: creano un linguaggio che non può più essere fatto soltanto di “altre” parole. Una traduzione, che una lingua così profondamente evocativa può ipotizzare, è invece quella offerta da una pittura di materia e di colori che non sono più simbolo di alcunché, ma essenza pura di visioni che dall’inconscio arrivano alla mente e dalla ragione passano al cuore.
Il pittore, come il poeta, si addentra in una dimensione nuova, trasformandosi in divinatore: «Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente», scrive Rimbaud in una lettera del 15 maggio 1871 all'amico Paul Demeny, divenuta celebre come "lettera del veggente". «Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sgretolamento di tutti i sensi. [...] Egli giunge infatti all'ignoto!».
Il poeta, come il pittore, si pone dunque nella condizione tragicamente solitaria che è costretta a vivere una creatura superiore, non tanto per un dono di natura, ma per una sorta di esercizio personale, di applicazione profonda e dolorosa, che gli fa vivere esperienze sconosciute e impossibili alla gente comune. In questo viaggio nel profondo l’artista matura una sensibilità nuova: la sua vista diventa lucida e la sua lingua ogni volta è rinnovata. L’artista, dunque, seguendo il “canone” di Rimbaud, si incarna in una sorta di profeta che, ampliando e sconvolgendo le sue capacità sensoriali, è beneficiato dal dono della visionarietà. Una condizione eccezionale che gli permette di penetrare l’ignoto e di descriverlo, di vedere ciò che è invisibile ai "sensi" normali e di raccontare ciò che non è più dicibile con parole ordinarie.
In questi ultimi e nuovi lavori che Alfonso Borghi presenta - quattordici come i versi del sonetto di Rimbaud -, scanditi in cinque tele monumentali monocrome dalla materia densissima e in nove molto più piccole in cui i “colori-vocali” danno vita a potenti segni-scrittura, la chiaroveggenza della sua pittura è divenuta perentoria. La forma-colore, liberata finalmente da un codice formale facilmente prevedibile, si pone come visione totalizzante e definitiva della sua esperienza d’arte. Ecco perché, a questo punto di un complesso percorso di ricerca, risulta riduttivo se non proprio ozioso inseguire classificazioni precostituite (astratto, informale, gestuale) per imbrigliare in una sola definizione il senso del suo lavoro. Borghi, non v’è dubbio, ha memoria delle “lingue” pittoriche che hanno raccontato le vicende della modernità, ma non ne è intimorito né tantomeno ne è subalterno. La sua memoria è molto più lunga di quella generata dalle linee guida delle avanguardie novecentesche: i suoi blu, se si vuol mettere in atto un gioco veloce di confronti o di derivazioni, hanno sì a che fare con quelli di Yves Klein ma le loro radici più segrete vanno rintracciate nei blu dei cieli di Giotto nella Cappella degli Scrovegni; i suoi rossi dialogano direttamente con gli encausti pompeiani per poi fondersi nell’eco dei rossi di Tiziano; i suoi gialli hanno i riflessi dei fondi oro dei Primitivi senesi; i suoi neri catramosi sono altra cosa da quelli di Burri o di Soulages, perché si offrono come blow-up macroscopici dei neri di Caravaggio e di Goya. I suoi bianchi, infine, non appartengono alle estenuazioni di una pittura minimalista di maniera, perché i suoi occhi, da sempre, sono abituati alla luce ovattata e lattiginosa del cielo della pianura, della sua Bassa: una luce bianca che, in certi momenti, tutto contiene e annulla. Anche i verdi più violenti.
Il viaggio verso l’ignoto - verso un mondo di stati d’animo che non sempre possono essere raccontati con parole o con immagini di volta in volta articolate in simboli o in frammenti di realtà - Borghi lo compie con una pittura fatta solo di materia cromatica strutturata e compatta, fisica e mentale al tempo stesso, frutto di un equilibrio assoluto tra azione e meditazione. Nella sua pratica pittorica niente è lasciato al caso o a un’improvvisazione sentimentale, anche gli istinti più segreti e irregolari sono da lui governati con la stessa lucidità e preveggenza di un compositore che cerca l’armonia assoluta in un magma di suoni che chiede solo di essere organizzato. Così facendo, Borghi struttura i suoi quadri come partiture musicali in cui tempi e movimenti, pause e ritmi si concentrano in una sola nota-colore, assoluta e indefinibile da ripetere in sequenza. Un suono inequivocabile e solitario, come le vocali di Rimbaud, che produce infinite sonorità e altrettante visioni se ci si rende disponibili all’incognita del non detto.
In un tempo in cui le immagini, nella loro più ossessiva invadenza, hanno preso il sopravvento su qualsiasi forma di comunicazione e di immaginazione e non lasciano più il tempo per concentrarsi su pensiero che non sia più lungo di un istante, scegliere di sprofondare nel senso più ancestrale della materia del colore è per un pittore un atto di immenso coraggio e, allo stesso tempo, una dichiarazione di principio per continuare in una pratica che altrimenti è solo vuota esercitazione di stile. Borghi è ben consapevole di tutto questo e affronta l’indicibile, che la pittura ha il dovere di scandagliare con il rigore di un monaco zen che compone e scompone all’infinito un pugno di sabbia fino a quando ogni granello avrà trovato l’equilibro assoluto. La materia su cui insiste e in cui Borghi si immerge è quella del colore che tutto contiene: la memoria di una storia già nota e le visioni di un ignoto che pretende di essere indagato.
È nel mistero del colore che è scritta tutta l’infinita vicenda della pittura, iniziata all’alba dei tempi quando sulle pareti di un antro senza luce il primo uomo lasciò la sua prima impronta, quella rossa della mano. Un grado zero della pittura da cui Alfonso Borghi, senza mai esitare, riparte ogni qual volta affronta una tela nuda.