Elogio del Poeta

di  - 1998

Roberto Sanesi, "Poesia, materia visibile", 1998



E' già stato detto, con particolare finezza critica, quali siano i caratteri primi di una pittura sensibilissima e insieme solidamente costruita come quella di Alfonso Borghi. Caratteri eminentemente formativi, non solo perché iniziali e perciò dettati da una necessità di ricerca, ma perché tuttora generativi, sia pure nella variabilità delle risoluzioni, ancora così insistenti da lasciare intendere perfino in qualche improvvisa e inattesa deviazione verso approdi diversi una sicura coerenza di fondo. Una fedeltà di intenzioni, di non segreta preoccupazione morale.

Intanto la rapidità inquieta, nervosa, di un gesto che risponde senza apparenti intermediari all'immediatezza emotiva - e tuttavia non come prima "impressione" da fissare, di fronte a un oggetto, per quanto non si escluda in alcuni degli esiti più recenti che l'intensità di quella specie di sturm fra il barbarico e l'informale che caratterizza la pittura di Borghi dipenda dall'osservazione diretta. E anche in questo caso più per insoddisfazione dello sguardo, si direbbe, che per qualche ragione di tipo genericamente espressionistico. Piuttosto, come di fronte a un'idea che si vada formando, seguendola, in un atto sincronico capace di significare nell'immagine anche una sua implicita energia di trasformazione. Cosa che può spiegare, per esempio, l'attrazione esercitata sul pittore da una materia mobile come la poesia, fino a tentarne lo stesso tipo di operatività. Non stupisce, quindi, che fin dall'inizio la struttura di queste opere sia data per linee di forza di provenienza futurista (e non solo), che tendono a scomporre il soggetto e insieme ad aprirlo, con suggerimento prospettico, oltre lo spazio dato, verso altri significazioni possibili. E tuttavia, quasi con andamento centripeto, lasciando intuire la persistenza di un nucleo di riconoscibilità, un fantasma - di paesaggi, di figure: e però forme sostitutive, non descrizioni. Non vi sono «cose» descritte; ciò che si imita è caso mai il congegno dell'apparire. L'atto rappresentativo è dunque una mediazione fra le potenzialità suggerite da un soggetto, ovvero oggetto tematico, e la necessità del visibile, tanto più che l'interesse di Borghi si mantiene più sulle suggestioni emotive che su esigenze di riduzione a un purismo linguistico, più sulle qualità allusive (sia pure a volte di origine naturalistica) che non su definizioni nette. L'oggetto tematico, nel momento stesso in cui appare come per organizzazione interna di una materia ancora incerta, sembra pretendere un'ulteriore interrogazione e intrepretazione. Ogni immagine, quasi estratta a fatica da un magma, si rivela in certo senso al punto della sua scomparizione, ovvero della sua propensione a dire altro ancora del suo significato immediato e apparente....