Umanesimo

di  - 2006

"Andare incontro al proprio destino"

....E' evidente che Borghi non ha continuato a camminare lungo la strada originariamente imboccata: in certi momenti ha scelto deliberatamente di svoltare, di inoltrarsi lungo sentieri per lui nuovi, probabilmente mosso sia da tensioni interiori che dall'interesse e dal desiderio di sperimentare ciò che l'approfondimento delle conoscenze del vasto mare della storia dell'arte suscitavano in lui. Il lungo viaggio di Borghi dentro il colore, dentro lo sconvolgimento e la disintegrazione delle forme, dentro gli spessori e l'immediatezza della materia, ci consegna un pittore apparentemente assai diverso, che sembra avere reciso ogni legame con quelle prime esperienze. Tanti così dicono, ma non ne sono personalmente affatto convinto. Giacché, come accade in molte esperienze artistiche, le opere degli esordi racchiudono dentro di sé alcuni nuclei fondanti, di verità, di quello che verrà dopo, quando magari s'imboccano strade che si riveleranno senza uscita, che imporranno un ritorno all'indietro, così che lunghi, faticosi cammini finiscono talvolta per portare non lontano da dove si era partiti.

Le opere su carta che vengono presentate in questa mostra hanno, rispetto ai dipinti su tela, caratteri assai diversi. I secondi, soprattutto in questi ultimi anni, con gli spessori e i grumi della materia pittorica - composta non solo dalle paste dell'olio, ma da acrilici mescolati a varie sostanze, come la segatura, che ne aumentano la consistenza -, con gli inserimenti di lacerti di tela, di cartone ondulato, di canne o di legnetti, con i colori, stesi per tessere, che, più che i toni spenti, prediligono quelli del delirio, propongono una visione che molto s'affida al fascino istintivo della materia e del colore. Nelle prime è invece protagonista il segno-colore – con l'eccezione di pochissime opere che recano collage di tele o cartoni, che comunque non ne mutano la percezione di fondo -, steso in scie fluide che paiono immediatamente riflettere l'abbandono felice del polso che sta disegnando, in un movimento veloce che non conosce ostacoli, anche se qua e là, in queste stesse carte, sono evocate, attraverso il segno, le segmentazioni più accentuate, gli scavi, le rientranze e le sporgenze dentro lo spessore della materia, propri dei dipinti. L'ulteriore elemento che distingue le carte dai dipinti è che le prime sono caratterizzate, rispetto ai secondi, da un abbandono a una figurazione più evidente e da rapporti tonali meno accesi, come se dopo l'ardore del fuoco fosse venuto il momento di un calore diverso, misterioso, sottile, avvolgente. Basta a questo proposito confrontare “La battaglia di San Romano” da Paolo Uccello, nelle due versioni su tela e su carta: nella prima, il dettaglio, la pulsione decorativa, forse imposti dalla suggestione della materia, sono maggiori, mentre nella seconda prevale l'attenzione ai rapporti tonali. Nelle carte il colore si distende come un'onda lunga, a meno che non voglia raccontare le figure, e allora il segno si infrange, s'aggroviglia, gira su se stesso, il giallo e il rosso si sovrappongono, in una battaglia tra segni e colori, con una proliferazione di forme concentriche, circolari, ovali, cui fanno da contrappunto altre forme rettangolari o quadrate...