Viaggio nella Pittura di Borghi

di  - 2003

Testo critico al catalogo "Oscillazioni mutevoli", 2003

Un giorno Campegine, piccolo borgo di campagna nella Provincia di Reggio Emilia, potrebbe chiamarsi Campegine Borghi. Come Arquà è diventata Arquà Petrarca, come Castagneto è diventata Castagneto Carducci. Si dirà che si tratta di un azzardo eccessivo, visto che tutti conosciamo Petrarca e Carducci, ma pochi sono coloro che conoscono Alfonso Borghi, di professione artista. Il discorso va inquadrato in maniera diversa: non conta tanto l’importanza assoluta dell’artista, quanto il rapporto che egli riesce a stabilire con un luogo. Petrarca non era nato ad Arquà, Carducci non era nato a Castagneto; sono posti che in diverso modo sono stati scelti dai due poeti, entrando a far parte integrante del loro mondo, del loro universo ispirativo. In cambio, l’immaginario di quei luoghi si è nutrito della memoria dei poeti fino al punto di diventare qualcosa di essenziale per loro, come un monumento o una bellezza naturale. Oggi non potremmo pensare ad Arquà senza ricordare che il grande Petrarca ne parlava come il suo nuovo, ultimo, beato Elicona; così come non potremmo pensare a Castagneto senza ricordare i “Cipressi che a Bolgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar …”.

Campegine sta adottando il suo concittadino Borghi, come Arquà ha fatto con Petrarca e Castagneto con Carducci.....
.....i dipinti di Borghi sono dei riti di cui il loro autore è un moderno evocatore della grande anima del mondo dalla quale tutto deriva e nella quale tutto finisce per ritornare. Borghi la cerca in chissà quale meandro della sua mente, la trova, la risveglia, ce la rende nota, invitandoci a ritrovarci in essa, come individui e come collettività, ma anche a perderci in essa come in un “dolce naufragare” che non atterrisce, ma che al contrario affascina, provoca un sotterraneo, intenso piacere. Lei vive in noi e noi viviamo in lei, presi da “stilnovistico” incantamento.

Borghi dipinge la sua e la nostra anima, ma non lo ha fatto sempre nello stesso modo. La prima produzione dell’artista ci appare anzi molto distante dall’attuale, al punto che poco di quanto si sarebbe poi verificato risulterebbe intuibile attraverso queste espressioni d’esordio. Penso, per esempio, ai paesaggi della fine degli anni Sessanta, ancora istintivi nella loro volontà di stabilire un rapporto di facile riconoscimento con la natura, ispirati dapprima a una generica ripresa della lezione post-impressionista, poi a un più specifico rimando a Cézanne. Si tratta ancora di studi di carattere prevalentemente didattico, dunque suscettibili di sviluppi anche imprevedibili, ma in quel momento niente sembrava poter incrinare la fiducia di Borghi per una figurazione piuttosto tradizionale, fondata sui soggetti più tipici che un pittore potesse concepire, e per un rapporto privilegiato con la propria terra.

Con gli anni Settanta, assistiamo a una prima, spiazzante fuga in avanti, una delle tante della carriera di Borghi, che subito contraddice l’impressione precedente. Borghi matura nuovi interessi, artistici, culturali, politici, che lo portano a concentrare la propria attenzione sulla figura umana. Prevalgono i registri espressionistici, alternando toni ora “guttusiani” nella compostezza del disegno e della composizione (Le comari), ora da riproposizione della Neue Sacklickeit, di Corrente, di Daumier o anche del realismo pauperista che fu del settecentesco, Pitocchetto, esasperati nel proporre visioni allucinate e inquietanti nella sgraziata crudezza delle forme, dalle linee robuste e dai colori di terra (Il capricorno, Il guanto rosso). Ma accanto alle tendenze espressioniste, accanto a un umanesimo di sincera adesione e di schietta immediatezza, ecco anche una personale interpretazione del Futurismo, del Costruttivismo, del Cubismo, del Surrealismo, forse anche di certa Pop Art alla Allen Jones, che porta Borghi a ideare soluzioni più ricercate in cui vengono sperimentate dimensioni liriche sempre più distanti dal realismo....

....Gli anni Ottanta sembrano stimolare in Borghi un desiderio di stabilizzazione e di approfondimento rispetto al mare magnum agitato nel decennio precedente, attestandosi sui canali della trasposizione surrealistica. E invece, negli anni Novanta, reduce dalla prima importante esposizione estera, a Parigi, Borghi compie una nuova fuga “in avanti” con nuove sorprese annesse, come se avvertisse il bisogno di cominciare da capo, di rimettersi in gioco senza dare niente di scontato. I Musiciens voyageurs, solari nel cromatismo e raffinati nella morbida continuità del loro linearismo, segnano il conseguimento di una prima maturità in Borghi, più disposto ad assecondare un discorso strettamente pittorico che si è liberato dalle eccessive spigolosità delle sue prime manifestazioni espressioniste. Anche questa volta, però, non si tratta di un approdo; la nuova capacità di Borghi nel governare le sintesi spaziali di derivazione futurista lo porta a concepire una rappresentazione sempre più sbilanciata verso l’astrattismo, ma senza troncare completamente l’aggancio con l’apparenza della natura. Vivacissimi caleidoscopi dalle mille sfaccettature danno immagine mentale a Parigi come a Venezia, a Camogli come alla Spagna, ma anche a figure delle memoria e a luoghi dell’immaginazione. Siamo ormai agli albori del momento più dichiaratamente informale di Borghi, ormai consapevole della maturità conseguita; lo annuncia un’opera già sicura come Versilia (1995), essenziale e ben calibrata nella dominante timbrica come nella scansione di grandi segni che riportano alla mente Staël, Afro, Vedova. La cosa più sorprendente dell’Informale di Borghi è il suo anacronismo: Borghi lo ha adottato mentre altrove conosceva una crisi irreversibile, insensibile alle considerazioni di chi legava un certo modo di dipingere a una certa generazione storica e a un certo modo di concepire il mondo che era uscito dal dramma della Seconda Guerra Mondiale....