L'Elogio di Sgarbi

di  - 2006

Il noto critico d'arte racconta l'Informale di Borghi

Sono dieci anni, ormai, che Borghi ha trovato nell'Informale il porto sicuro in cui fare approdare il meglio del suo talento artistico. Un Informale che sicuramente si potrebbe fare precedere dal Neo, sia per l'onestà e il coraggio con cui, a dieci anni dalle sue prime apparizioni, è ancora in grado di rivelarsi. Non ci troviamo, cioè, davanti a uno di quei fenomeni preconfezionati e surgelati che ogni tanto si verificano nella storia dell'arte, momenti di rivisitazione accademica con cui si è soliti mascherare l'aridità dell'ispirazione e l'incapacità di cogliere la mutata sensibilità dei tempi. Momenti in cui si cerca di soddisfare la critica più intellettualistica e letteraria, ossessionati dalla voglia di apparire colti a tutti costi, di esibire citazioni e conoscenze, come se da sole fossero in grado di giustificare la necessità di un'opera. Al contrario, credo che il massimo pregio di Borghi sia quello di riuscire a recuperare certe esprienze storiche abbondantemente consolidate, da tempo codificate nei manuali scolastici, pagando solo il minimo al registro colto; s'immedesima spiritualmente in specie di Candide che esplora un nuovo mondo espressivo confidando in una visione ottimistica dell'arte, come se nessuno lo avesse visto prima, come se ci fosse ancora tutto da scoprire. E' questa freschezza d'animo che fa conseguire al Neo-Infomrale di Borghi una condizione speciale, allo stesso modo dentro e fuori dalla propria epoca: dentro perché assolutamente attuale nell'esprimersi come linguaggio moderno, da uomo del Duemila che non persegue affatto il distacco dorato dal nuovo secolo; fuori perché Borghi sembra dipingere come se fosse un perfetto contemporaneo di Mathieu, Fautrier, Wols, Hartung, dunque di un Informale che conosce il suo momento più significativo oltre cinquant'anni fa, affermando per esso un'identità europea che nel momento stesso in cui fa da integrazione dell'Informale americano vuole distinguersi nettamente nell'Action Painting e dall'Espressionismo Astratto.
Nel ciclo ispirato a Sabbioneta, la più recente produzione di Borghi, libera e immaginifica, perfino provocatoria nell'accostare liricamente le vicende della famiglia Gonzaga a dipinti che nulla concedono alla figurazione o alla narrazione, il primo Informale di Mathieu, Fautrier, Wols e Hartung si rafforza di una sensibilità materica che appartiene a una stagione artistica già successiva, seppure strettamente contigua, quella del primo Burri e di Tapiès.
Anche in qeusto caso Borghi riesce a farci credere che sia giunto spontaneamente a queste nuove scoperte, a nuovi arricchimenti di un percorso fortemente individuale nel quale una parte importante della storia dell'arte contemporanea risulta essere componente del tutto interiorizzata, non un fattore di provenienza esterna che fosse in grado di modificare ciò che l'artista si porta già dentro.

Ecco perché non avrebbe senso rimproverare Borghi per il fatto che qualcuno aveva già inventato l'Informale prima di lui; Borghi non rievoca, non rivisita, vive in prima persona la ricerca di un Eldorado artistico che ancora deve essere incontrato, ma della cui esistenza è assolutamente sicuro. Prima e dopo questa ricerca non c'è nulla, c'è solo un eterno presente che vale come un a priori, azzerando tutto ciò che è estraneo alla manifestazione diretta dell'arte. Tutto sta nell'opera, niente al di fuori dei suoi confini, come un universo compiuto e autosufficiente, semrpe uguale e diverso. Basta avvicinarsi ad essa con una disposizione d'animo analoga a quella cui è stata realizzata, lasciare scorrere il flusso sinestetico che emana e farsi coinvolgere emotivamente da suo magma in ebollizione, da uoi accesi contrasti cromatici, da suoi grumi improvvisi che si alternano a diradamenti della materia, dalle impronte, da segni e tracce variati all'infinito, per capire tutto quello che c'è da capire. Senza un prima e senza un dopo, solo hic et nunc.